Chris Potter non ha bisogno di presentazione: tecnica stellare e versatilità a trecentosessanta gradi lo hanno reso il più credibile erede di Michael Brecker . Polistrumentista e compositore, è spesso citato da critici, musicisti e da un crescente numero di fan come il migliore sassofonista del suo tempo. E ’ uno dei pochi a passare con una naturalezza sconvolgente dal sax tenore, al contralto, al soprano, così come al flauto contralto e al clarinetto basso.
Con diverse performance nelle formazioni e nelle registrazioni di artisti del calibro di Dave Holland, Patricia Barber, the Mingus Big Band, James Moody, Dave Douglas, Joe Lovano, Wayne Krantz, Steely Dan, John Scofield e Pat Metheny, dal 1991 Potter ha cominciato a svolgere anche attività live in giro per il mondo con la sua propria band.
Potter unisce a un’ impellente urgenza espressiva, che a volte giunge a ricordare Sonny Rollins, un’ acuta consapevolezza della storia recente dello strumento e un sottile senso costruttivo che gli permette di prendere i più arditi rischi armonici senza mai perdere la bussola dell’ architettura generale. Per questo viene ascoltato con uguale ammirazione tanto dai cultori della tradizione (ai quali regala sempre qualche standard elegantemente rielaborato) quanto dagli amanti delle ricerche contemporanee.
Le sue parole: “Voglio che la gente si senta libera di ballare, voglio che senta la musica e che non la percepisca come qualcosa di distante o difficile. Voglio poter comunicare, e so di poterlo fare senza dover sacrificare nulla dal punto di vista artistico“.
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Ho compiuto la mia periodica arrampicata ferroviaria (da Chiaravalle, provincia di Ancona) per il concerto del Chris Potter’s Underground. Uno show che potrebbe essere archiviato nella categoria “eccellente intrattenimento”, con il gruppo che, senza azzardare nè rischiare più di tanto, ha offerto una prima parte sicuramente più intrigante, in virtù dei suoi esasperati ritmi urbani strettamente imparentati con il funky e l’hip-hop – e una seconda in cui, col pezzo calypso d’ordinanza e una resa piuttosto scolastica di “I fall in love too easily”, è stata dimostrata la chiara intenzione di ammiccare verso il pubblico dei presenti.
Un concerto che invero si è rivelato un po’ estraneo rispetto al genere di personale ricerca che sto attuando in questo periodo: avanguardia, musica improvvisata, nuove frontiere del “free” ecc… – e che mi ha dato conferma del fatto per cui il “new mainstream”, che tanta importanza ha avuto dalla seconda metà dei ’90, è oggi piuttosto fermo su se stesso: grande dispiegamento di squisitezze tecniche, ma uno spazio quantomai esiguo riservato all’innovazione e alla ricerca.
Insomma, il “new mainstream” – e Chris Potter al suo interno – sta riproponendo schemi e forme già abbondantemente codificati. C’è bisogno d’aria nuova – ed è mia viva speranza che, sebbene si rischi di entrare inevitabilmente nel contesto delle scelte commercialmente non appaganti, il Blue Note stesso non rimanga insensibile al mio appello.